Sentiero Francescano Assisi-Gubbio 3

SAN FRANCESCO A VALLINGEGNO

Vallingegno

Primo rifugio e frequente dimora di San Francesco

Castello di Vallingegno

Finalmente arriva ad un monastero [Nota 25. La Badia Benedettina di San Verecondo, oggi Vallingegno, presso Gubbio], dove rimane parecchi giorni a far da sguattero di cucina. Per vestirsi ha un semplice camiciotto e chiede per cibarsi almeno un po’ di brodo; ma non trovando pietà e neppure qualche vecchio abito, riparte, non per sdegno, ma per necessità… Qualche tempo dopo, divulgandosi ovunque la fama di Francesco, il priore di quel monastero, pentitosi del trattamento usatogli, venne a chiedergli perdono, in nome del Signore, per sé e i suoi confratelli.

Tommaso da Celano, Vita Prima, 16, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

7. …. Arrivando ad un chiostro di monaci, venne reputato come un nulla: gli fu permesso a mala pena di servire in cucina come garzone. …. Il priore di quel monastero, conosciuta poi la fama dell’uomo di Dio, ripensando a come un tempo era stato trattato, si dolse molto e andando da lui gli chiese umilmente perdono. (Sesta lettura)Tommaso da Celano, Vita del beato padre nostro Francesco, in Jacques Dalarun, La Vita ritrovata del beatissimo Francesco, Milano, 2016.

Declinat ad quoddam coenobium, sed ibidem spretus, vacuus recedit, nudus abscedit.

Thomas de Celano, Legenda ad usum chori, 3, 6, Fontes franciscani, Assisi, 1995.

Sic ubi cantando nemoris pervenit ad oram,
Inde monasterium modico discrimine distans
Intrat et hospitii petit assequiturque quietem.
Quid Franciscus agat, quem veste ciboque carentem
Nec monachi remanere sinunt, nec tempus abire?
Articulos utrobique graves fert eius egestas:
Adversantur enim rigor hospitis et furor aurae.
Postquam nix austri solisque soluta vapore
In rivos abiens glaciesque fatiscere coepit,
Et Franciscus acquae crementa residere vidit,
Arripiens iter, immo fugam, quasi dama cruenta,
Fertur, non curans quo vadat, dummodo vadat.

Henricus Abrincensis, Legenda S. Francisci versificata, Liber IV, 53-55; 72-75; 106-110. Fontes franciscani, Assisi, 1995.

Era abituato a vestirsi con abiti preziosi, eppure si presentò con addosso un camiciotto sbrindellato alla porta di un cenobio di monaci. Nessuno lo riconobbe né ebbe considerazione di lui; gli fu consentito di entrare in cucina a prendere un poco di vile cibo, finché, visto che nessuno guardava con pietà alla sua miseria, fu costretto dalla necessità, dopo qualche giorno, ad andarsene. Più avanti, quando la fama della sua santità cominciò a diffondersi un po’ dovunque, il priore di quel luogo si pentì d’aver avuto così poca attenzione per un uomo così meritevole e tutto addolorato lo rintracciò egli chiese perdono per sé e per i suoi compagni. (Capitolo secondo, 11. A Gubbio nel monastero di San Verecondo.)

Fra Giuliano da Spira, Vita di S. Francesco d’Assisi, in Vita e Ufficio ritmico di S. Francesco d’Assisi, LIEF, Vicenza, 1980.

… disprezzato in cenobio

[Nota. Vagando tra i boschi, Francesco raggiunge un monastero dove presta servizio per qualche tempo ma, non trovando misericordia presso i monaci, ricorre a un amico di Gubbio… ]

Giuliano da Spira, Ufficio ritmico di san Francesco, 14, La Letteratura francescana, II, Fondazione Lorenzo Valla, 2005.

Si recò, poi, ad un vicino monastero, dove chiese, come un mendicante, l’elemosina, che gli fu data come si dà ad una persona sconosciuta e disprezzata.

San Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda maggiore II, 6, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

San Francesco maledice la scrofa che aveva divorato un agnellino

S. Bonaventura da Bagnoregio, Legenda Maior, codice 1266 del Museo Francescano di Roma.

Tra le cose più recenti, ….. il beato Francesco poverello parecchie volte domandava ospitalità al monastero di San Verecondo. L’Abate e i monaci l’accoglievano con grande delicatezza e devozione. Qui avvenne il miracolo della scrofa rea d’aver divorato un agnellino.

Passione di San Verecondo, 1, [Nota 1], Fonti Francescane, II, Assisi, 1977.

[Nota 1. Legenda de Passione Sancti Verecundi militis et martyris …. Questa «Passione», di autore anonimo della II metà del sec. XIII, è molto importante perché cita due testimoni oculari, viventi ancora quando il cronista scriveva le sue note. Di rilievo le notizie: sulla accoglienza «graziosa» dei monaci, in cui è riparata, sembra una sottolineatura, l’antica accoglienza non molto delicata all’«araldo del gran Re»; sul Capitolo dei 300 frati, sulle stimmate; finalmente lo spunto del lupo, che forse è all’origine del famoso fioretto del lupo di Gubbio. Il monastero di San Verecondo di Vallingegno è appunto sulla strada per Gubbio.]

Già da altre pagine risulta abbastanza chiaro che la sua parola era di una potenza sorprendente anche a riguardo degli animali. Tuttavia toccherò appena un episodio che ho alla mano.
Il servo dell’Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio [ nota 124], e nella notte una pecora partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell’innocente, lo uccise con morso feroce.
Al mattino, alzatisi, trovano l’agnellino morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è colpevole di quel delitto. All’udire tutto questo, il pio padre si commuove e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti l’agnellino morto: «Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della tua carne!».
Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato.

[Nota 124. Badia Benedettina di San Verecondo, oggi Vallingegno, presso Gubbio. Cfr. qui, tra le testimonianze della sez. III, II, la «Passione di san Verecondo».]

Tommaso da Celano, Vita Seconda, 111, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

Una scrofa inferocita si ammala e muore per la maledizione di Francesco.
San Bonaventura, Legenda Maior, Codice del Convento Cardenal Cisneros di Madrid.
Paoline, Milano, 2006.

Il servo dell’Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell’innocente, lo uccise con un morso feroce.

Al mattino, alzatisi, trovano l’agnellino morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è colpevole di quel delitto. All’udire tutto questo, il pio padre si commuove e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti l’agnellino morto: «Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della tua carne!».
Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato. (Tommaso da Celano, Vita Seconda, 111, Fonti Francescane, I).

Una notte, mentre il servo di Dio era ospite presso il monastero di San Verecondo, nella diocesi di Gubbio, una pecorella partorì un agnellino. C’era là una scrofa ferocissima, che, con un morso rabbioso, uccise la creaturina innocente. Udito il fatto, il padre pietoso fu preso da profondissima compassione e, pensando all’Agnello senza macchia, si lamentava davanti a tutti per la morte dell’agnellino. «Ohimé, fratello agnellino, – diceva – animale innocente, che rappresenti Cristo agli uomini, maledetta sia quell’empia che ti ha ucciso. E nessuno, uomo o bestia, possa mangiare la sua carne!». Cosa meravigliosa: la porca malefica immediatamente si ammalò e, dopo aver scontato con tre giorni di sofferenza la sua colpa, subì finalmente l’esecuzione vendicatrice. Fu gettata nel fossato del monastero e là rimase per molto tempo, divenendo secca come un’asse. Nessun animale per quanto affamato, si cibò della sua carne.

Riflettano, a questo punto, le persone crudeli: con quali pene esse saranno colpite alla fine, se è stata colpita con una morte così orrenda la ferocia di una bestia? I fedeli devoti, a loro volta, sappiano valutare quanto potente e ammirevole, quanto dolce e generosa fosse la pietà del servo di Dio, se anche i bruti, a loro modo, le rendevano omaggio.

[Nota 62. Cfr. qui 2 Cel. 111, nota 124, e tra le Testimonianze della III sez., la Passione di San Verecondo, ove si accenna di passaggio a questo episodio, come notizia ben nota.]

San Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda maggiore VIII, 6, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

Monasterium Sancti Verecundi: l’abbazia di Vallingegno. La duecentesca Passio sancti Verecundi cita brevemente questo miracolo «(ibi miraculum fecit de sue, quae agnum edit», par. 6), che evidentemente l’autore conosce da Bonaventura o da 2Cel 111; a un testimone oculare, invece, l’autore attribuisce la notizia del frequente passaggio di Francesco (cfr. anche 1 Cel 16,5-7) e dell’ospitalità offertagli più volte dai monaci, che nei primi tempi sostentarono i trecento frati riuniti a capitolo in questa zona (M. Faloci Pulignani, S. Francesco e il monastero di S. Verecondo presso Gubbio, «Miscellanea Francescana», X 1906, pp.3-8).

Bonaventura, La leggenda di Francesco, Commento. La Letteratura francescana, IV, Fondazione Lorenzo Valla, 2013.

Uno dei tratti originali della personalità di Francesco è senza dubbio la sua familiarità con la natura e gli animali: chi non ha sentito parlare della sua predicazione agli uccelli, così spesso rappresentata nella pittura medievale, o del lupo di Gubbio?Quando si leggono le Vite medievali del Povero d’Assisi,si è impressionati dal posto occupato dagli animali: si tratta del falcone che ogni mattina lo risvegliava all’alba durante la permanenza alla Verna, oppure del fagiano che non voleva lasciare la sua cella, oppure della cicala il cui frinire lo rallegrava o ancora delle allodole di cui lodava la modestia e il canto sempre gioioso. Ma, al contrario, poteva punire duramente gli animali, il cui comportamento gli sembrasse mostruoso, come avviene quando, di passaggio dall’Abbazia di San Verocondo, un mattino scopre che una scrofa aveva ucciso un agnello appena nato:

Mosso da pietà verso l’agnello, davanti ai monaci e agli uomini di quel monastero il beato Francesco disse: «Fratello mio agnellino, animale innocente e molto utile agli uomini, che sempre chiami e sei bene augurante!» Poi continuò: «Maledetta sia la scrofa che ti ha ucciso, in modo che nessun individuo o bestia o uccello se ne cibi!» […] Subito la scrofa si ammalò e dopo tre giorni morì; e fu gettata nella carbonaia che era vicina al monastero. E avvenne esattamente come aveva predetto il santo padre: infatti rimase per molto tempo senza decomporsi.[Scripta Leonis, Rufini et Angeli…]

Questo episodio, trasmessoci da frate Leone e ripreso da Tommaso da Celano nel suo Memoriale per illustrare l’efficacia della preghiera di Francesco, chiarisce bene il suo atteggiamento di fronte al mondo animale. Per il solo fatto che aveva subito una violenza ingiustificata, l’agnello innocente di San Verecondo diviene per lui una figura del Cristo, sulla cui sorte tragica un frate doveva impietosirsi, e la scrofa assassina è l’incarnazione del male che occorreva punire per il suo misfatto.

André Vauchez, Francesco d’Assisi, Torino, 2010.

Il Capitolo dei primi trecento frati

Gubbio, Vallingegno, Badia di San Verecondo

Proprio nei dintorni di questo monastero il beato Francesco aveva radunato il Capitolo dei primi trecento frati. In quell’occasione, l’abate e i monaci li avevano generosamente provveduti di tutto il necessario, secondo le loro possibilità: pane di orzo, di frumento, di surco e di miglio con larghezza, acqua limpida per bere e vino di mele diluito con acqua per i più deboli, fave e legumi in abbondanza. Così ci ha tramandato il vecchio sacerdote Andrea, che era stato presente.

Passione di San Verecondo, 2, Fonti Francescane, II, Assisi, 1977

Già in trecento erano valutati i frati presenti al capitolo tenuto, in data assai antica (1215?), presso l’abbazia di San Verecondo di Vallingegno, a sud di Gubbio. L’abate e i monaci, che si erano pentiti di aver trattato male Francesco quando in precedenza, dopo la conversione, aveva cercato rifugio presso di loro, fanno prova in quest’occasione di una grande generosità verso i frati fornendo loro «pane di orzo, di frumento, di surco e di miglio con larghezza, acqua limpida, vino di mele diluito con acqua per i più deboli, fave e legumi in abbondanza».

André Vauchez, Francesco d’Assisi, Torino, 2010.

San Francesco e i lupi di Vallingegno

Los motivos del lobo, por Rubén Darío, Ilustraciones de Ramón de Capmany, Barcelona, 1950.

(Negli ultimi anni della sua vita) il beato Francesco, che era consumato e indebolito nel corpo, a causa delle incredibili penitenze, veglie,orazioni e digiuni, massimamente dopo che era stato insignito delle stimmate del Salvatore, non potendo più camminare a piedi, viaggiava sul dorso di un asinello.

Una sera sul tardi, era quasi notte, egli passava, in compagnia di un fratello, per la strada di San Verecondo, cavalcando l’asinello, le spalle malamente coperte d’un rozzo mantello. I contadini, appena lo videro, cominciarono a chiamarlo dicendo: «Frate Francesco, resta con noi e non voler andare oltre, perché da queste parti imperversano lupi famelici e divorerebbero il tuo asinello, coprendo di ferite anche voi». E il beato Francesco replicò così: «Non ho mai fatto nulla di male al lupo, io, perché ardisca divorare il nostro fratello asino. State bene, figli miei, e vivete nel timore di Dio!».E così frate Francesco proseguì il suo cammino senza imbattersi in sventura di sorta. Questo ci ha riferito uno dei contadini che era stato presente al fatto.

Passione di San Verecondo, 3, Fonti Francescane, II, Assisi, 1977.