Sentiero Francescano Assisi-Gubbio 5

SAN FRANCESCO E I LEBBROSI

Lebbrosario di San Lazzaro

La nascita del “vero Francesco”

Per la prima volta, San Francesco assiste i lebbrosi

Bonaventura Berlinghieri, San Francesco assiste i lebbrosi

Firenze, Chiesa di Santa Croce.

Nei secoli XIII e XIV la sovrabbondante iconografia del Povero d’Assisi lascia pochissimo spazio all’incontro con i lebbrosi – con la notevole eccezione della Tavola Bardi di Santa Croce a Firenze – e non se ne trova addirittura traccia nei grandi cicli di affreschi assisani e fiorentini consacrati da Giotto alla vita di san Francesco. Per contro, la testimonianza trasmessa dal Testamento («E lo stesso Signore mi condusse in mezzo a loro [i lebbrosi] e feci misericordia con loro») consente di comprendere come, grazie all’incontro con i lebbrosi e agli effetti provocati in lui da questo avvenimento, egli in seguito fosse stato colpito dalla rappresentazione figurata dell’uomo-Dio povero e suppliziato contemplata in San Damiano. In altri termini, la coscienza di Francesco ebbe bisogno della mediazione del prossimo per incontrare Dio.

André Vauchez, Francesco d’Assisi, Torino, 2010.

Segue poi [nella Tavola Bardi] una rappresentazione delle cure che Francesco presta ai lebbrosi, ispirata al Testamento del santo, o forse alla Legenda maior di Bonaventura. Secondo il Testamento di Francesco, i lebbrosi avevano avuto un ruolo chiave nella sua conversione: essi gli ispiravano un profondo disgusto quando egli era invaghito di questo mondo: fu imparando ad amarli e a prendersi cura di loro che Francesco si volse verso una vita di ascesi e di servizio ai più poveri (Test. 1-3). In questo quadro Francesco compare due volte: a sinistra, tiene un lebbroso sulle braccia; a destra, lava i piedi ad altri malati.

John Tolan, Il santo dal sultano, L’incontro di Francesco d’Assisi e l’islam, Roma-Bari, 2009.

Pedro Subercaseaux Errázuriz, At the Leper Hospital.
Marshall Jones Company, Boston, 1925.

A L’HÔPITAL DES LÉPREUX

A GUBBIO il passe son temps à l’hȏpital, soignant les malades et surtout les lépreux. Autrefois il avait évité ces derniers avec horreur; maintenant il leur témoignait une véritable tendresse.

At the Leper Hospital

At Gubbio he spent his time at the hospital, nursing the sick, especially the lepers. These last he had shunned with loathing in his former life; now he shewed a peculiar predilection and tenderness for them.

Pedro Subercaseaux Errázuriz – Johannes Joergensen, Saint François d’Assise – St. Francis of Assisi, Autograph Edition, Marshall Jones Company, Boston, 1925.

EN EL HOSPITAL DE LEPROSOS

Estando en Gubbio, se dedicó a cuidar a los leprosos. Antes, los había evitado con repugnancia; ahora, en cambio, sentía una particular predilección y ternura por ellos.

Pedro Subercaseaux Errázuriz O.S.B. – Johannes Joergensen, Vida de San Francisco de Asís – Life of Saint Francis of Assisi. Empresa Editora Zig-Zag, Santiago de Chile, 2002.

Tommaso da Celano pone il servizio ai lebbrosi come primo atto successivo alla conversione di Francesco e dei suoi compagni … e ricorda contemporaneamente come lo stesso Francesco nel Testamento riconoscesse all’incontro con il lebbroso [i lebbrosi, ndr] la funzione di vero e proprio cardine per il totale cambiamento della sua vita (84) [(84) Thomae De Celano, Vita prima, Cap. VII, 17, 16. Francesco infatti, subito dopo la rinuncia ai beni paterni, si dedica ai lebbrosi, «lavans putredinem omnem ab eis ulcerum etiam saniem extergebat, sicut ipse in Testamento suo loquitur». Della consuetudine che i frati debbono avere con i lebbrosi si dice nella Regula non bullata ai capp. 8 e 9: cfr. Opuscula Sancti Patris Francisci].
L’aver collocato la cura dei lebbrosi nella scena che precede quella della morte è una penetrante riflessione sulle parole del Testamento poiché esplicita nell’immagine come, a quel rovesciamento di valori, Francesco fosse rimasto, da allora in poi, sempre fedele. L’amore del prossimo, la comprensione del dolore e della sofferenza costituiscono la santità di Francesco e segnano come momento culminante, in crescendo, la fine di quella vita esemplare.

Chiara Frugoni, Francesco un’altra storia, con le immagini della tavola della cappella Bardi, Marietti, Genova-Milano, 2005.

Poi, come vero amante della umiltà perfetta, il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in ogni necessità per amor di Dio. Lava i loro corpi in decomposizione e ne cura le piaghe virulente, come egli stesso dice nel suo Testamento: «Quando era ancora nei peccati, mi pareva troppo amaro vedere i lebbrosi, e il Signore mi condusse tra loro e con essi usai misericordia».La vista dei lebbrosi infatti, come egli attesta, gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani. Ma ecco quanto avvenne: nel tempo in cui aveva già cominciato, per grazia e virtù dell’Altissimo, ad avere pensieri santi e salutari, mentre viveva ancora nel mondo, un giorno gli si parò innanzi un lebbroso: fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò. Da quel momento decise di disprezzarsi sempre più, finché per la misericordia del Redentore ottenne piena vittoria.

Tommaso da Celano, Vita Prima, 17, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

8. Dopo ciò l’amatore di tutta l’umiltà si trasferì presso i lebbrosi: lavando umilmente le loro ferite, non disdegnava di pulire da queste il lerciume che ne usciva. In precedenza quando vedeva da lontano loro o le loro abitazioni, si turava le narici con le sue stesse mani ; ma quando, visitato ormai dalla grazia di Dio, ancora in abito secolare, un giorno incontrò un lebbroso, vincendo mirabilmente se stesso, lo baciò: da quel momento, infiammandosi con più fervore al disprezzo di sé, più e più smise di pensare a se stesso. …. (Settima lettura)

Tommaso da Celano, Vita del beato padre nostro Francesco, in Jacques Dalarun, La Vita ritrovata del beatissimo Francesco, Milano, 2016.

Interea plus ac magis se sibi vilescens, transfert se ad leprosos, et quos ante valde desprexerat, omni diligentia colit; abstergit ulcera, saniem lavat, amplectitur in eis quidquid ab aliis fastiditur.

Thomas de Celano, Legenda ad usum chori, 3, 7-8, Fontes franciscani, Assisi, 1995.

Passus e gestates pro Christi nomine tantas,
Semper et assidue vultu persistit eodem,
Quanto pauperior extra, robustior intus.
Primaque dilatat eius patientia famam,
Intuitu cuius primum committitur illi
Cura leprosorum, quos sollicitudine tanta
Nemo procuravit, et quorum tecta videre
Vix tulerat quamcumque procul distantia; sternit
Lectos, extergit saniem, fricat ulcera, tangit
Ora lavatque pedes, corrosa putredine membra
Palpat et affectus refugos insistere cogit.

Henricus Abrincensis, Legenda S. Francisci versificata, Liber IV, 122-132. Fontes franciscani, Assisi, 1995.

Dopo di questo, come umile dispregiatore di se stesso e preparato ormai a non curarsi del disprezzo della gente, si dedicò al servizio dei lebbrosi. Li serviva con grande devozione, lavava umilmente le loro piaghe e non aveva ripugnanza nel ripulirle. Prima di allora invece aveva di loro così grande ribrezzo che, non solo da vicino, ma persino da lontano, al vedere le loro abitazioni, si turava con le mani il naso.
Ma quando il Signore l’ebbe visitato con la sua grazia, essendo ancora in abito secolare, gli venne d’incontrare per caso un lebbroso; sul momento, al vederlo, provò la solita ripugnanza, ma si fece violenza e si vinse avvicinandosi imperturbabile a lui e lo baciò (Mc. 14,45).Da allora ebbe ancor più ardente desiderio di disprezzare se stesso e d’ingaggiare contro di sé una guerra ininterrotta finché non gli venisse data grazia dall’alto di riportarne completa vittoria. Perciò, come egli stesso più tardi attestò, ebbe misericordia verso quei lebbrosi che quand’era nei peccati non poteva sopportare di vedere. (Capitolo secondo, 12. A servizio dei lebbrosi.)

[Nota. Nel suo Testamento. Cfr. FF: 110-131]

Fra Giuliano da Spira, Vita di S. Francesco d’Assisi, in Vita e Ufficio ritmico di S. Francesco d’Assisi, LIEF, Vicenza, 1980.

Lieto del rifiuto degli uomini
omaggia i lebbrosi
che prima disprezzava.

[Nota. Segue, come nella Vita beati Francisci, la permanenza presso i lebbrosi (1Cel 17) che un tempo disprezzava (1Cel 17,3). Mancano i famosi episodi del bacio al lebbroso e del questuante scacciato, che Tommaso introduce solo in modo retrospettivo.]

Giuliano da Spira, Ufficio ritmico di san Francesco, 14, La Letteratura francescana, II, Fondazione Lorenzo Valla, 2005.

Francesco serve i lebbrosi premurosamente.
San Bonaventura, Legenda Maior, Codice del Convento Cardenal Cisneros di Madrid.
Paoline, Milano, 2006.

Poi, amante di ogni forma d’umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura. Lavava loro i piedi, fasciava le piaghe, toglieva dalle piaghe la marcia e le ripuliva dalla purulenza. Baciava anche, spinto da ammirevole devozione, le loro piaghe incancrenite, lui che sarebbe ben presto diventato il buon samaritano del Vangelo.Ormai ben radicato nell’umiltà di Cristo, Francesco richiama alla memoria l’obbedienza di restaurare la chiesa di San Damiano, che la Croce gli ha imposto. Vero obbediente, ritorna ad Assisi per eseguire l’ordine della voce divina, se non altro con la mendicazione.

San Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda Maggiore II, 6-7, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

Da allora, amante di tutta l’umiltà, si dedicò ad onorare i lebbrosi, per imparare, prima di insegnarlo, il disprezzo di sé e del mondo, mentre si assoggettava alle persone miserabili e ripudiate, col giogo del servizio.E in verità, prima egli era abituato ad avere in orrore i lebbrosi più che ogni altra categoria di uomini; ma, quando l’effusione della grazia divenne in lui più copiosa, egli si diede come schiavo ad ossequiarli con tanta umiltà di cuore che lavava e fasciava le piaghe e spremeva fuori la marcia e ripuliva la purulenza.Perfino, per eccesso di fervore inaudito, si precipitava a baciare le piaghe incancrenite: poneva, così, la sua bocca nella polvere, saziandosi di obbrobri, per assoggettare con piena potestà l’arroganza della carne alla legge dello spirito e, soggiogato il nemico di casa, ottenere in pacifico possesso il dominio di sé.

San Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda minore, Lezione VIII, Fonti Francescane, I, Assisi, 1977.

Secundo, fuit servus Dei humilior pro supportatione proximi; Apostolus, 1 ad Corinthios 9: Cum essem liber ex omnibus, omnium servum me feci. Beatus Franciscus omnibus omnia et servum omnium se fecit, et despicabilium personarum servus esse voluit, in via cuilibet fratri oboedientiam promittebat; quando fuit saecularis, loprosos maxime abhorrebat, post conversionem suam, obsequio leprosorum se deputavit, lavando pedes, ligando vulnera et plagarum putredinem et saniem educendum et pedes osculando; ut supportando proximum se contemptibilem redderet et gtratiama Deo impetraret.

Saint Bonaventure, Sermons de diversis, II, 57De S. Patre nostro Francisco, 5, Les Éditions Franciscaines, Paris, 1993.

Inizia a servire i lebbrosi
Cfr. Sermons de diversis, II, 59, 19; 59, 31; 58, 2; 56, 2; 57, 5.

Bonaventura, Fonti e paralleli, La leggenda di Francesco, La Letteratura francescana, IV, Fondazione Lorenzo Valla, 2013.

San Francesco assiste i lebbrosi, La Franceschina, Biblioteca Augusta, Perugia. Wikimedia Commons.

Et poi che ebbe renuntiato al mondo, nelle mano dello episcopo d’Assesi, si como dice le seconda parte de la Ligenda maiore, se n’andò a li leprosi: como vero amatore de la humiltà, et stando con essi, diligentemente li serviva, lavando loro li piedi: legava le piaghe et nectavale da la salia, et curavali da omne loro necessità cum grande excesso de fervore, per modo che non bructura, ma li parevano rose odorifere, quando che le basciava. Et como faceva esso, così c’enduceva li suoi frati, da puoi che li comenzò ad avere.

La Franceschina, Testo volgare Umbro del sec. XV scritto dal P. Giacomo Oddi di Perugia, Volume I, Leo S. Olschki – Editore, Firenze, 1931.

Quando il giovane Francesco di Pietro di Bernardone fuggì da Assisi, dopo aver riconsegnato al padre perfino i vestiti, fece una brutta esperienza in un monastero benedettino nei pressi di Gubbio; ma poi in città fu accolto con molta amicizia presso l’amica famiglia degli Spadalunga. Ma egli preferì mettersi subito a servizio dei lebbrosi; quindi a Gubbio appartiene questo primato di esperienza, a cui tornerà poi Francesco e insisterà perché il servizio ai lebbrosi costituisse il noviziato per ogni frate minore.

Luciano Canonici, La Terra di San Francesco, Narni – Terni, 1992.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo».Scegliendo di stare tra i lebbrosi, Francesco sposta la sua attenzione (e la sua azione) ponendosi di fronte ciò che per la società di allora era reietto e pericoloso: il marginale diventa centrale. Collocare il centro lì dove è l’uomo che soffre è così diventato distintivo dell’azione francescana. Questo spostare il centro non è solo un’azione topografica o caritativa, ma un esodo esistenziale; per andare incontro ai lebbrosi egli non deve solo uscire dalla sua città, ma anche da se stesso, rinunciando a fare di sé il centro del mondo. E il risultato di questo movimento non fu solo la conversione, ma la trasformazione del proprio essere. Attraverso questo decentrarsi Francesco si comprende, si ritrova, è finalmente libero, è se stesso: è il vero Francesco quello che sta tra i lebbrosi!

“Pellegrini con Francesco da Assisi a Gubbio; un percorso di fede, ma anche un incontro con la natura e con i paesaggi straordinari dell’Umbria”. Meditazioni di p. Massimo Reschiglian, ofm, Assisi, 2009.

St. Francis’s relationship to poverty (and the poor) and to human experience at the margins of social space (lepers) played a central role both in his conversion and in his ongoing spiritual formation. Indeed, in his Testament, where the dying Francis laces the threads of his spiritual autobiography with his gospel vision for the order, these pivotal relationship form the basis of his understanding of self and his relation to God. Francis declares, For while I was in sin, it seemed too bitter for me to see lepers. And the Lord himself led me among them an I showed mercy to them. And when I had left them, what had seemed bitter to me was turned into sweetness of soul and body. And afterwards I delayed a little and left the world. [Francis of Assisi, “The Testament”, in Early Documents, I, 124].

Daniel J. Schultz, “Histories of the Present: Interpreting the Poverty of St. Francis”, in The World of St. Francis of Assisi, Essays in Honor of William R. Cook, Edited by Bradley R. Franco & Beth A. Mulvaney, BRILL, Leiden/Boston, 2015.

In the very first line of his Testament, he says, “The Lord gave me, Brother Francis, thus to begin doing penance in this way, [Francis of Assisi, “The Testament”, in Early Documents, I, 124]. But penance means conversion, “a wholly new way of seeing reality ̶ a new way of seeing himself, others, the world, and God himself” that had entailed new values and behaviors. [Michael F. Cusato, “To Do Penance/Facere poenitentiam”, The Cord 57 (2007): 9, 3-24]. This sentence from his Testament goes on to spell out the connection between penance and the suffering of others in a concrete action: “For when I was in sin, it seemed too bitter for me to see lepers …. And when I left them, what had seemed bitter to me was turned to sweetness of soul and body. Doing penance has a practical intent; conversion means doing something, changing the way one lives one’s life because that life is reordered. [See Raffaele Pazzelli, St. Francis and the Third Order (Chicago, IL: Franciscan Herald Press, 1989), 120-137].

John K. Downey, “Eyes Wide Open: Francis of Assisi and the Duty of Poverty”, in The World of St. Francis of Assisi, Essays in Honor of William R. Cook, Edited by Bradley R. Franco & Beth A. Mulvaney, BRILL, Leiden/Boston, 2015.

Secondo le parole dello stesso Francesco, l’avvenimento che determina la sua svolta è l’incontro con i lebbrosi, ricordato in questi termini nel suo Testamento:

Il Signore così diede a me, frate Francesco, di iniziare a fare penitenza, poiché, essendo nei peccati, troppo mi sembrava amaro vedere i lebbrosi. E lo stesso Signore mi condusse in mezzo a loro e feci misericordia con loro. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi si trasformò in dolcezza d’animo e di corpo. E poi un poco ristetti e uscii dal secolo. [Test, 1-3..]

Se ci si ferma anche brevemente su questo testo fondamentale, si vede subito che esso non comporta alcuna menzione di un qualsiasi «bacio al lebbroso», che potrebbe essere invece una “mistificazione” – nel doppio senso di sublimazione e di invenzione ingannevole – prodotta dagli agiografi.
La condivisione del destino della parte più disprezzata dell’umanità gli consentì di trovare Dio nella persona del Cristo identificatosi nella miseria del mondo, divenendo solidale con la sofferenza inumana di quei marginali.
Indicando nel suo Testamento che l’incontro con i lebbrosi era stato all’origine del processo della sua conversione, Francesco rivela con nettezza che non erano stati né le preghiere né i sogni fatti in precedenza a fargli cambiare vita, ma invece era stato quell’episodio preciso. Il suo comportamento generoso nei confronti dei miserabili non era stato il frutto della sua evoluzione religiosa: al contrario, esso aveva preceduto la sua scoperta del vangelo e ne era stato la causa.

André Vauchez, Francesco d’Assisi, Torino, 2010.