INSEGNAMENTI FRANCESCANI

Francesco d’Assisi e i calunniatori.

Giovanni Bellini.  Menzogna e calunnia. Venezia, Galleria dell’Accademia

Francesco aveva in orrore il peccato della calunnia come il morso di un serpente velenoso e come una violentissima pestilenza, giudicandolo nemico radicale della pietà e della grazia. Affermava che il pietosissimo Iddio l’ha in abominio, poiché il calunniatore si pasce del sangue delle anime che uccide con la spada della lingua.
    Una volta, sentendo che un frate denigrava il buon nome di un altro, rivolgendosi al suo vicario disse: «Su, su, indaga accuratamente e, se trovi che il frate accusato è innocente, infliggi all’accusatore un castigo durissimo, che lo faccia segnare a dito da tutti».
   Talora Francesco giudicava meritevole di essere spogliato dell’abito chi aveva spogliato qualche altro frate della sua buona fama e sosteneva che costui non era più degno neppur di levare gli occhi a Dio, se prima non aveva fatto di tutto per restituire ciò che aveva sottratto.

    «L’empietà dei calunniatori – diceva Francesco – è tanto più grave di quella dei ladri, in quanto la legge di Cristo, che si compendia nell’osservanza della pietà, ci obbliga a perseguire la salvezza delle anime più di quella dei corpi»

Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior, VIII, 4.

    Per Francesco d’Assisi, non c’è perdono senza pentimento ed espiazione: il Serafico riconcilia con i cittadini il lupo di Gubbio che dà segni di ravvedimento; ma – allo stesso tempo – scaglia la sua maledizione contro la ferocissima scrofa di Vallingegno, divoratrice di un innocente agnellino, e abbandona alla giusta ira divina gli abitanti di Greccio, perseveranti nel male.

Incontro al lupo.
Riflessioni di don Primo Mazzolari sul Fioretto del lupo di Gubbio.

Il lupo, come diceva don Primo Mazzolari, è dentro di noi, dentro ognuno di noi, anche se si può avere a che fare con due qualità di lupi: c’è, infatti, «il lupo selvatico, il lupo brado», rappresentato dal lupo famelico del fioretto, che nessuno di noi ha mai visto, e c’è «il lupo levigato, civile, che si veste bene, il lupo in veste d’agnello, che se la prende con il lupo che viene dalla foresta».
    «S. Francesco – prosegue il parroco di Bozzolo – è stato chiamato a fare giudizio. Fra due egoismi non c’è niente da dire. Ricordate che da questa parte ci sono egoismi, come dall’altra parte, e quando siamo sul piano dell’egoismo il suono è questo: rapacità, nessun senso del limite; con la sola differenza che la barbarie da una parte è l’espressione di una necessità che non può più contenersi, e da quest’altra c’è anche la possibilità di contenersi. E allora? I cittadini escono armati dalle case, hanno paura. […] Come si chiama questa paura? Ecco: da una parte si chiama la stanchezza di fare il povero, dall’altra si chiama lo spavento di diventare povero. […] Non è soltanto una piccola riforma, o una riforma di struttura che basterà a cambiare una posizione sostanziale di rapporti. Bisogna che facciamo diventare uomini tutti e due i lupi. […] Ma ecco: si stacca un uomo da una parte. Non è neanche uno della città. A Gubbio ci va l’uomo di Dio. Vede, sente, soffre. È distaccato da una parte e dall’altra. È l’unico che può parlare, perché non ha degli interessi, perché non è armato. È l’unico che può parlare, perché vuole bene al lupo di campagna e al lupo di città. […] Egli va, parla al lupo, mentre questi gli si avventa contro. […] Come voler bene al lupo? È tutto qui. Solo chi ama il lupo può parlare al lupo».
Felice Accrocca, FRATE LUPO, Edizioni Porziuncola, Assisi, 2013

“El lobo de Gubbio”

Pieter Brueghel il Giovane,  Il buon pastore (particolare)
Museo Reale delle Belle Arti del Belgio, Bruxelles

Gentilezza d’animo di Francesco d’Assisi.

Presso Gubbio, una donna aveva ambedue le mani contratte e non poteva con esse fare nulla. Venuta a sapere che l’uomo di Dio era entrato in città, tutta mesta e piangente si precipitò da lui, implorando compassione e mostrandogli le mani rattrappite. Egli, mosso da pietà, toccò le sue mani e la risanò. La donna, tornata subito a casa, preparò tutta lieta con le proprie mani una torta di formaggio, offrendola al sant’uomo. Egli però ne accettò solo un poco per la profonda devozione della donna e le ordinò di mangiare il resto con la famiglia.

Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli, Capitolo XVII, 998, 177, Fonti Francescane, Assisi, 1977.

Per non rattristare, con un rifiuto, una devota femminetta, Francesco attenua per un momento il suo rigoroso ascetismo.

Francesco d’Assisi. Sacro Speco di Subiaco

Francesco Villamena,
San Francesco, a Gubbio, guarisce una donna dalle mani rattrappite
S. Francisci Historia, Roma, 1594.